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Palmenti Antichi di Ferruzzano

Un itinerario attraverso i palmenti della Locride in CalabriaMappa dei Palmenti di Ferruzzano
di Orlando Sculli
 
1 - Localizzazione dei palmenti e interesse per essi
 
In Calabria, come del resto in altre regioni d’Italia o in stati del bacino del Mediterraneo, si ritrovano, scavate nella roccia, vasche atte a calcare e a vinificare l’uva.
Esse non erano scavate singolarmente, ma almeno in due entità, con funzioni diverse: nella vasca superiore si calcava l’uva e si facevano fermentare le vinacce, mentre in quella inferiore più piccola si raccoglieva il mosto.
Tali vasche accoppiate per la vinificazione, in Italia vengono chiamate palmenti e quelli scavati nella roccia, possono essere rinvenuti ovunque in Calabria, specie nell’ entroterra collinare della costa ionica delle province calabresi,ma non mancano nell’entroterra della costa tirrenica.
La concentrazione più massiccia è quella che ricade sulla costa ionica della provincia di Reggio con circa 750 esemplari, tra il comune di Bruzzano e quello di Casignana, in un territorio delimitato a sud dalla fiumara di Bruzzano e a nord dal Bonamico, per cui sono coinvolti, per i palmenti collinari, i comuni di Bruzzano, Ferruzzano, S. Agata, Caraffa del Bianco, Casignana mentre per quelli montani, Africo e Samo.
Tale comprensorio, si estende sulla costa per circa quindici km ed è caratterizzato da terreni fortemente argillosi per una striscia dal mare larga circa tre Km, ma superata la barriera argillosa, ci si trova di fronte a terreni sciolti, frutto dello sfarinamento delle rocce d’arenaria, che dominano talvolta, con i loro appicchi giallastri i paesaggi.
Proprio da questo tipo di roccia, che si scava con facilità sono ricavati i palmenti.
Nelle aree montane di Africo e Samo, a quote altimetriche considerevoli per la vite si ritrovano antichi palmenti, ricavati questa volta dal granito o da pietra dura in genere.
Non molto lontano da questi manufatti, nelle aree montane, sopravvivono decine di viti silvestri, per cui è ipotizzabile che in tempi lontanissimi, il vino veniva ricavato proprio dalle viti silvestri, quando esse erano abbondantissime nelle aree lungo i corsi d’acqua.
In riferimento ai palmenti di questa ristretta area, tra il Bruzzano ed il Bonamico, dei 750 esemplari, di cui almeno 400 intatti, solo 157 sono stati studiati non scientificamente da Orlando Sculli, nel comune di Ferruzzano e la ricerca, I Palmenti di Ferruzzano, è stata pubblicata dall’Istituto Internazionale di Restauro, Palazzo Spinelli di Firenze nel 2002.
Oltre il Bonamico sono presenti alcuni di palmenti nell’area di Pietra Cappa, area d’incrocio tra i comuni di Careri, Platì e San Luca, mentre oltre, uno è stato individuato nel comune di S. Ilario, due  nel comune di Portigliola, uno solo   nel comune di Ciminà, meno di una decina nel comune d i Antonimina ed alcuni nel comune di Gerace.
Oltre tale comprensorio è presente uno spettacolare, dotato di una croce potenziata bizantina, in contrada Junchi nel comune di Roccella Jonica, dentro l’agriturismo “Pietra di Fonte “, mentre nel comune di Caulonia, prevalentemente sulla sinistra idrografica dell’Amusa si collocano una decina di palmenti.
Superata la provincia di Reggio, a Santa Caterina dello Jonio, dei cittadini esemplari, esplorando dettagliatamente il loro territorio, hanno scoperto ben 22 palmenti ricavati dal granito.Selciato nell'area dei palmenti di Ferruzzano
 
Nonostante che i suddetti manufatti siano stati visitati da studiosi stranieri, come Patrick E. McGovern, docente di Antropologia all’Università della Pennsylvania, da Lin Foxhall esperta di archeologia classica dell’Università di Leicester in Inghilterra, da John Robbe, prof. dell’Università di Cambridge, esperto in neolitico, da Robert Winter docente di disegno artistico nel Rhine-Renoir College del North Carolina, da Attilio Scienza, docente di scienze arboree presso la statale di Milano, dai prof. Zifferero e Cordiano dell’Università di Siena, mai, nonostante i ripetuti appelli, la Sovrintendenza ai beni archeologici della Calabria, si è degnata di accennare alla minima iniziativa per essi, mentre negli ultimi quattro anni, almeno 5 palmenti sono stati distrutti, nel corso d’interventi agricoli.
La sola attenzione da parte delle istituzioni del territorio, è stata prestata dal prof. Ginex della facoltà di Architettura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria,  con il coinvolgimento di 50 allievi che hanno dedicato un giorno di studi sul campo, nella primavera scorsa, facendo i rilievi di dieci palmenti a Ferruzzano.
Lo studio dei palmenti di Ferruzzano, ha evidenziato che essi erano stati scavati solo in aree dove il terreno era sciolto e mai in quello argilloso e che essi sorgevano a ridosso di antiche strade selciate (vedi foto n. 1) fino a sessanta anni addietro, di cui rimangono solo dei tratti superstiti.
Le intersecazioni tra le varie vie creavano, spazi agricoli, spesso terrazzati, apparentemente di uguale estensione; si sarà trattato di suddivisione recente o di antica centuriazione?
La risposta mancherà fino a quando non verranno predisposti dei piani di studio.
Quello che ancora fa stupire è la ricchezze di vie di media e di lunga percorrenza, che convergevano su questo territorio e lo oltrepassavano.
Una via per alcune centinaia di metri scavata nella roccia (vedi foto n. 2) incuriosisce particolarmente, in quanto attorno ad essa gravitano numerosi palmenti (vedi foto n. 3 e n. 4) in vista dell’abbandonata, Rocca degli Armeni, circondata da campi dove sorgono svariate vasche di vinificazione.
Un'altra via, attraversava il bosco di Rudina, che ospita misteriosi palmenti e viti silvestri. (vedi foto n. 5 e n. 6) verso Sant’Agata, Caraffa e Casignana, che completano Strada scavata nella rocciacon numerosissime vasche di vinificazione, il quadro d’assieme.
Proprio al bosco di Rudina ha rivolto la sua attenzione la ricercatrice dell’Università Statale di Milano, Barbara Biagini, che ha identificato e censito circa 20 esemplari di vite silvestre, prendendo per ognuna dei tralci che poi sono stati messi a dimora nel campo di conservazione che la Statale possiede a Lodi.
Un territorio così ben studiato e strutturato secondo un progetto preciso era solamente finalizzato ad una produzione di vino per l’autoconsumo o ad una grandissima, destinata all’esportazione verso mercati lontani, durante il periodo ellenico, romano e bizantino ?
L’analisi, anche superficiale, di tutto il territorio, compreso tra il Bruzzano ed il Bonamico ci potrebbe dare una risposta.
 
2 - L’arrivo dei greci
 
All’inizio del VII sec. a. C. una spedizione di coloni greci, non si sa se proveniente dalla Locride Ozolia o dalla Locride Opunzia, sbarcò allo Zefirio e fondò la colonia di Locri Epizefiri, ma dopo quattro anni gli abitanti spostarono l’insediamento nell’attuale piana di Locri, secondo quanto afferma Strabone[1].
Lo spostamento a nord, avvenne a danno delle deboli comunità di Siculi, che con un patto spergiuro vennero prima ingannati e poi probabilmente massacrati[2].
Di tutto ciò non ci sono tracce nel territorio, ma piuttosto dei deboli indizi costituiti da frammenti di embrici ellenici o di pitos. Non ci sono fonti storiche né antiche né recenti che ne parlino specificatamente e allora bisogna ricorrere a supposizioni e a deduzioni.
Durante la sua visita ai palmenti del territorio, Attilio Scienza dell’Università Statale di Milano, affermò di aver visto analoghi manufatti nell’isola di Chio, in Grecia, di cui almeno una parte sono collocabili cronologicamente attorno al mille a. C., mentre Lin Foxhall dell’Università di Leicester in Gran Bretagna, disse di aver visto di simili nell’isola di Egina, dove sono stati catalogati un centinaio.
Di conseguenza quelli dell’area in questione sarebbero stati prodotti dalla civiltà ellenica espressa da Locri Epizefiri, dal VII al IV sec. a. C., almeno in buona parte, tanto più che nei pressi di essi, in due località distinte, in contrada S. Domenica e Carruso, nel comune di Ferruzzano,sono stati rilevate frammenti di embrici, di dolii, un frammento di vaso locrese e un frammento di vaso corinzio, nonché un fondo di un’anfora MGS.
Vandermesch, che ha studiato la diffusione nel Mediterraneo delle anfore vinarie MGS che nella sigla sottintendono Magna Grecia e Sicilia, annota che dalle coste della Siria in Medio Oriente, fino al Tartesso (Portogallo) sono state trovati frammenti delle suddette anfore, tra cui quelle di Locri Epizefiri, le MGS II e le MGS III e quelle delle sue sottocolonie di Medma ed Hipponion[3].
Probabilmente le viti piantate dovevano produrre dei vini che assecondassero i gusti dei clienti e probabilmente quelli provenienti da tali territori erano costituiti da passiti in prevalenza.
 Ateneo scrittore greco vissuto, a cavallo del II e III sec. d. C., nella sua opera Sofisti a Banchetto, ci parla del vino Caicino, considerato ottimo, paragonandolo al Falerno, che era considerato presso i romani il principe dei vini.
Gli esperti contemporanei di vino automaticamente e con determinazione localizzano la produzione di tale vino, definito da Ateneo “nobile e simile al Falerno”[4] nella Campania, collegandolo al Falerno stesso, però ignorano dove si trovasse il Caicino.
Naturalmente a questo punto ci soccorre il più grande storico dell’antichità, Tucidide,che descrivendo la guerra del Peloponneso esportata in Italia, parla di una battaglia combattuta attorno ad una fortificazione locrese nei pressi di un fiume, il Caicino, non lontano dal confine con lo stato di Reggio.
Il fiume che seguiva il precedente verso sud, l’Alece, segnava il confine tra Locri e Reggio ed è stato identificato con sicurezza nell’attuale Palizzi, per cui il fiume Bruzzano è da identificarsi con il Caicino o allontanandosi di più verso Locri, con il La Verde.
Nei pressi di questo corso d’acqua, alla fine dell’inverno del 427 a. C., un contingente ateniese guidato da Lachete s’impadronì della fortezza sul Caicino, battendo la guarnigione locrese, costituita da 300 soldati, guidata da Prosseno figlio di Capatone[5].
Nel 426 a. C., alla fine dell’inverno, i locresi contrattaccarono sul fiume Caicino, riprendendosi la fortezza, presidiata da soldati ateniesi al comando di Pitidoro[6].
A questo punto non si può sfuggire alla ovvia conclusione che il prestigioso Caicino dell’antichità classica si otteneva premendo le uve delle colline, tra il Bruzzano e il La Verde, costellate da centinaia di palmenti scavati nella roccia.


3 - Confronto con palmenti lontani
 
Nel dicembre del 2004, il direttore dell’Istituto Internazionale di restauro, Palazzo Spinelli di Firenze, Francesco Amodei, d’accordo con le autorità culturali maltesi, inviò due suoi collaboratori, Santino Pascuzzi e Orlando Sculli, a visitare un palmento a Malta, per verificare la somiglianza o meno con quelli di Ferruzzano, su cui c’era stata una pubblicazione nel 2002.
Il palmento visionato fu quello di Misqa Tanks, vicino al tempio megalitico di Mnaidra e la sorpresa fu grande quando fu ravvisata identità nella foggia, con alcuni palmenti di Ferruzzano.
Scattò un’intensa collaborazione tra Palazzo Spinelli e le autorità culturali di Malta, dove si distinsero per impegno il Prof. Anthony Bonanno, professore di Archeologia nel Dipartimento di archeologia classica e il prof. Nathaniel Cutajar, a capo della Sovrintendenza del patrimonio culturale maltese.
Ci furono scambi di opinioni e convegni organizzati in comune, in Italia e a Malta, tra cui uno tenuto il 21 gennaio 2010, nella Casa italiana di cultura, a La Valletta.
Mentre in Calabria le indagini archeologiche sui palmenti non furono neppure pensate, a Malta indagini accuratissime furono effettuati sui palmenti dell’isola di Gozo, attorno a cui, furono trovati reperti punici del VI sec. a. C.
I palmenti di Ferruzzano furono allora conosciuti in tanti ambienti universitari del mondo, perché il Prof. Bonanno, in un suo scritto sulla tematica delle vasche di vinificazione,li mise talvolta a confronto con quelli maltesi, quando ravvisò analogie.
Addirittura le autorità culturali maltesi, organizzarono, in collaborazione con Palazzo Spinelli un viaggio in Calabria, per visitare il primo sito di Pietrapennata, fondato da maltesi in fuga, durante la conquista araba dell’isola, pensando di fare uno studio comparativo tra i vitigni residui di Malta e quelli di Pietrapennata e Palizzi.
 
4 - Il paesaggio agrario magno greco
 
Per avere un’idea del paesaggio agrario nella Magna Grecia, ricordiamo quello indicato nelle tavole di Eraclea in seguito ad un’indagine nelle terre sacre a Dionisio e ad Atena Poliade, dove viene evidenziato un modello agricolo senza insediamento abitativo; probabilmente i contadini abitavano nei komai (villaggi) vicini sparsi nelle campagne.
Nelle tavole vengono citati depositi di prodotti, fienili, caseifici, granai, stalle per buoi, mentre sono menzionati gli alberi da frutta, viti, boschi, cereali.
Fra gli alberi da frutta erano coltivati, fichi, prugni, peri, meli, mandorli, castagni, melograni, meli cotogni, mentre per gli ulivi veniva indicato quanto bisognasse piantare per ogni mille metri e per impiantare i vigneti, come scegliere i terreni, preferendo i declivi,  difficilmente la pianura, come spesso è dimostrato dai muri a secco che sopravvivono e che nei secoli sono stati sottoposti a manutenzione.
Il terreno scassato per una profondità superiore al metro e ripulito delle pietre, usate per costruire i muri a secco, veniva trasformato in fasce, difformi nella larghezza, in quanto più il terreno era in pendenza, più le fasce sarebbero state strette.
 
 
5 - La presenza romana nel Bruzio (Calabria romana).
 
Agli inizi del III sec. a. C.,dopo duecento anni di guerre intestine, le città elleniche avevano terminato la loro energia propulsiva e la capacità di organizzare la difesa contro il popolo italico dei bruzi, che partendo dalla città più rappresentativa, Cosentia, dilagavano ovunque, sottomettendo con facilità le città greche, che una dopo l’altra, caddero nelle loro mani.
L’unica soluzione che restava loro, per non finire annientate, era quella di chiedere aiuto ai romani e lo fecero.
Costoro arrivarono ben volentieri, delimitando le pretese dei bruzi e deducendo anche delle colonie nelle aree ormai scarsamente abitate a causa delle guerre.
Una certa autonomia restò alle città greche che risultarono alleate dei romani, che momentaneamente permisero loro di conservare le proprie leggi e di gestire il territorio,
ma nubi fosche si stavano addensando sul panorama politico dell’epoca.
Era finita la prima guerra punica con la vittoria di Roma e la conseguente conquista della Sicilia, ma nel 219 a. C., con l’attacco e la distruzione da parte di Annibale della città iberica di Sagunto, alleata dei romani, si riaccese la guerra che portò il geniale condottiero cartaginese ad invadere il cuore dello stato romano, stringendo da vicino Roma stessa.
Dopo le spettacolari sconfitte in campo aperto, contro Annibale i romani iniziarono una guerra di usura e la politica della terra bruciata e il condottiero cartaginese, nel tentativo di raggiungere la Sicilia, per essere più vicino alle aree di rifornimento da Cartagine, restò intrappolato per circa dieci anni nel Bruzio (attuale Calabria). In dieci anni di permanenza, tutto il territorio dell’attuale Calabria fu sottoposto a violenza di ogni genere, con ritorsioni incrociate, tra romani e cartaginesi e quando Annibale lasciò l’Italia per l’Africa, si portò dietro i fedelissimi soldati bruzi, che costituirono la riserva strategica nella battaglia di Naraggara
Il territorio devastato da anni di guerra risultò spopolato e cominciarono le deduzioni massicce di colonie romane, mentre di conseguenza la produzione vinicola diminuì e l’antico modello agrario, portato dai greci fu soppiantato dai nuovi modelli romani, che divennero dominanti a partire dal I secolo d. C., che si basarono sulle ville rustiche.
E sul territorio della Locride, numerosi sono gli esempi, ma per tutte riportiamo  l’esempio di quelle spettacolari di contrada Palazzi del comune di Casignana ed il Naniglio di Gioiosa Jonica.
Per avere un’idea sulla villa romana di contrada Palazzi di Casignana, essa si articolava, in dimore del dominus e del fattore, in sale di rappresentanza, in doppie terme, in sauna, abbellite da splendide mosaici, tra cui uno su cui spicca un grappolo d’uva. Essa si estendeva per almeno 10 ettari.
Al momento sono stati messi in luce solo gli ambienti più importanti e già sono emersi frammenti o anfore intere di Keay LII, le urne vinarie che veicolarono i vini del territorio per tutto il tardo-antico, la cui presenza è attestata sulle coste di tutto il Mediterraneo.
Alle spalle della villa rustica di contrada Palazzi, sulle colline attorno a Casignana sono presenti almeno trenta palmenti scavati nella roccia.
La villa di contrada Palazzi ha di fronte il mare che dopo pochissimi metri dalla riva, sprofonda in una fossa che supera i cento metri e di conseguenza il posto era adatto per essere usato come approdo, da cui partivano le navi per raggiungere i porti del Mediterraneo, cariche sicuramente di vino, fino a quando ebbe vita.
 
6 - Il tardo antico
 
Il tardo antico, contrariamente a quanto capitò alle altre regioni d’Italia, fu di un certo benessere per la Calabria e per l’area qui analizzata.
Mentre altrove le ville rustiche furono abbandonate per oltre il 70 %, in Calabria continuarono a svolgere attività produttive per il 50 % e questo caso capitò alla villa di contrada Casignana, che costruita nel I sec. d. C., ristrutturata nel IV, momentaneamente abbandonata nel V sec. a causa degli attacchi dei vandali, poi riprese a vivere per quasi altri due secoli, facendo probabilmente da collettore per tutta l‘area vitivinicola che dal Bonamico arrivava fino alla fiumara di Bruzzano.
Intanto era avvenuto che tutte le altre aree d’Italia o della stessa Calabria erano state attraversate da eserciti in armi che saccheggiavano, bruciavano, uccidevano, mentre la parte più meridionale dell’attuale Calabria, escludendo le incursioni vandale, che furono operative tra il 440 e il 477, rimase immune da questi flagelli per lungo tempo.
Pertanto poté riorganizzarsi, continuare a produrre e commerciare specialmente con la parte dell’impero d’oriente, di cui la Calabria faceva parte, che era stata pur’essa immune dai flagelli della guerra: l’Africa settentrionale.
Le ville romane sopravvissute si ristrutturarono, si espansero, divennero polivalenti nelle colture, diversificandole e producendo ricchezza.
Esse sicuramente nel periodo della dominazione ostrogota furono amministrate dai dominus non latini, che si sentivano comunque cittadini della parte dell’impero romano che sopravviveva ancora: quello d’oriente.
E gli ostrogoti intendevano ripristinare l’ordine ovunque non ci fosse, come ci racconta Cassiodoro, ministro del re ostrogoto che si preoccupava di rendere tranquilla l’area della sua Squillace e di far diminuire la pressione fiscale, descrivendo indirettamente il paesaggio agrario della sua zona, che era quello della Calabria tutta di quel periodo [7].
Ancora indirettamente ci menziona i vini che in quel periodo erano considerati i migliori, invitando un suo collaboratore a reperirgli un vino che era ritenuto  pari al Sabino e al Gazeto , ossia il Palmaziano [8].
 
7 - Il ritorno dei greci: i bizantini
 
In virtù della decisione di Giustiniano di riconquistare l’occidente dell’impero, occupato dai regni romano-barbarici, i soldati di Bisanzio conquistarono l’Africa settentrionale, poi le armate bizantine si rivolsero in Italia e guidate da Narsete, nel 552 sconfissero a Tagina il re degli ostrogoti Totila e poi sui Monti Lattari le residue forze del popolo germanico, guidate dall’eroico Teia.
Con la scomparsa letterale degli ostrogoti, iniziò la bizantinizzazione dell’odierna Calabria con l’arrivo di flussi di coloni greci o ellenizzati, provenienti da tutto l’impero.
Tra le altre etnie ellenofone giunte nella Calabria attuale, in periodo bizantino, ci furono gli ebrei e gli armeni, di cui ci sono le testimonianze materiali sul territorio, dentro l’area della nostra indagine e al di fuori di essa.
Tra la fiumara di Bruzzano ed il Bonamico ci sono almeno alcuni toponimi che ricordano gli ebrei, riportate da cartine del 700: Judariu (villaggio degli ebrei), vallone del giudeo, portella del giudeo, nel comune di Ferruzzano, Judariu nel comune di Casignana e contrada Giudei a Bianco.
A sud, nell’area di S. Pasquale di Bova, nel contesto di una villa di età imperiale, sono emerse le tracce più notevoli della presenza ebraica, con una sinagoga che ebbe vita forse fino al VII sec. d. C., corredata da mosaici che riproducono la menorah e il nodo di Salomone, un’ansa di una Keay LII che porta impressa la menorah stessa.
Quest’ultimo particolare ricorda che nel territorio si produceva anche vino kasher, il vino per gli ebrei, che doveva seguire una trafila obbligata con cui si escludeva che il prodotto finale fosse stato toccato da mani non ebree; dalla coltivazione della vigna, alla lavorazione dell’uva, all’imbottigliamento.
Nel tardo antico, il commercio era veicolato da navicularii (ossia da armatori o padroni di navi in genere) giudei, che trasportavano ovunque, nel Mediterraneo, il vino del territorio.
Per quanto riguarda le testimonianze materiali armene, a sud della fiumara di Bruzzano, sopravvive la chiesa grotta di Brancaleone Superiore e un sistema di silos, per la conservazione di derrate alimentari, mentre dentro il territorio in questione, ricordiamo la Rocca degli Armeni o Armenia che visse fino al terremoto del 1907, che distrusse l’abitato di Ferruzzano.
Sui 157 palmenti analizzati nel comune di Ferruzzano, ben quattro portano impresse delle croci armene, tra cui, uno situato nei pressi del luogo dove sorgeva, il monastero basiliano di San Nicola del Prato.
Su tanti palmenti studiati sono state individuate delle croci bizantine, che indicano che la produzione di vino continuò ad essere notevole nell’area e tra di essi, due sono di estrema importanza, in quanto risulta impressa su di essi, la croce giustinianea, ed essi rappresentano gli unici esempi in Calabria.
La suddetta attestazione incisa, rappresenta il documento incontestabile, che denuncia l’uso di questi due palmenti, nel VI sec d. C., al tempo di Giustiniano.
Pertanto durante la dominazione bizantina, la suddetta area continuò a produrre vino e non possiamo sapere se la suddivisione del territorio, interessato al fenomeno dei palmenti sia stato parcellizzato allora, precedentemente o successivamente, dato che mancano i dati derivanti da un’indagine scientifica o in seguito ad una campagna di scavi.
Alla fine del VII sec. d. C., anche le immense fattorie su cui si reggeva l’economia di tutta la Calabria attuale e nel caso nostro quella di Palazzi di Casignana, entrarono in crisi in modo irreversibile e senza apparente motivo, in quanto non ci furono fatti storici sconvolgenti, tranne l’arrivo dei longobardi in Italia.
Era intervenuto un fatto nuovo però, determinato dall’irrompere sulla scena della storia della forza sconvolgente dell’Islam, che sperimentò il suo dinamismo dopo un’interminabile guerra d’usura tra impero persiano ed impero bizantino.
Nel 636 le armate dei califfi sconfissero prima i bizantini sul Yarmuk, nel 639 entrarono ad Alessandria d’Egitto e poi dopo una travolgente avanzata arrivarono nell’estremo occidente del Mediterraneo e nel 711, sotto la guida del berbero Tarik attraversarono l’attuale stretto di Gibilterra ed occuparono tutta la Spagna. Nello stesso anno 711 la cavalcata islamica raggiunse Samarcanda, dopo aver sommerso l’impero dei Parti.
Nello spazio di pochi anni, tutto il mercato del nord Africa, su cui si reggeva l’economia della Calabria, venne a mancare e l’attività basata sul vino collassò, tanto più che tale bevanda era vietata dalla religione musulmana.
E i vigneti tra il Bruzzano ed il Bonamico, che erano stati attivi per mille anni, poco alla volta furono abbandonati o parzialmente coltivati.
E non era ancora finita, perché nel 827 iniziò la conquista della Sicilia da parte degli arabi e già all’inizio del X secolo, iniziarono gli attacchi incessanti degli islamici sulla Calabria che disperatamente resistette, sotto la guida bizantina.
Ormai nelle lande devastate della Calabria bizantina, la gente aveva abbandonato le aree costiere, arretrando sulle colline più interne e più facili da difendere e proprio a ridosso di queste ultime trincee difensive, era stato trasferito il prezioso germoplasma, con la creazione inconsapevole di aree di conservazione di tante specie botaniche usate nell’agricoltura.
 
8 - L’arrivo dei normanni
 
In questo contesto infuocato, dall’attuale Normandia francese, cominciarono ad arrivare come mercenari, dei formidabili combattenti al soldo dei bizantini e poi dei principi longobardi di Salerno e tra questi emerse una famiglia di guerrieri straordinari: quella degli Altavilla, che sotto la guida di Roberto il Guiscardo, a cominciare dal 1047, conquistò tutta l’Italia meridionale mentre Ruggero, in seguito assoggettò la Sicilia.
Il riflesso conseguente a 150 anni di combattimenti ed incursioni incessanti si ebbe anche nel territorio interessato dagli antichi palmenti.
I normanni, utilizzando tutte le risorse dello stato da loro costruito, edificarono una struttura statale potente ed economicamente efficiente, basata su molteplici attività artigianali, agricole e commerciali, puntando sulle coltivazioni tradizionali e rafforzando la tendenza in atto già nel periodo bizantino, incrementando l’allevamento del baco da seta, previa la coltivazione dei gelsi.
La coltivazione della canna da zucchero, degli agrumi, ereditata dagli arabi in Sicilia, fu estesa in altri territori propizi anche in Calabria, però il territorio che va dal Bruzzano al Bonamico, per le pianure costiere fu abilitato per l’allevamento dei cavalli delle razze calabresi, per motivi militari, considerate validi, tanto che in seguito Federico II, trasferì in Puglia 600 stalloni di tali razze.
Nella descrizione del territorio della nostra indagine, che fa Edrisi, storico arabo, ospite del re di Sicilia Ruggero, alla corte di Palermo, emerge l’assenza totale della coltivazione della vite e specificatamente nell’area di Bruzzano, mentre è indicata in quello più a nord, di pertinenza della città di Gerace viti”[9].
 
9 - La dominazione angioina
 
Lo scontro furibondo tra Federico II di Svevia ed il papato, determinò, dopo la morte dell’imperatore, la fine del regno di Sicilia e l’arrivo degli angioini nell’Italia meridionale.
Infatti Clemente IV nel 1265, si affrettò ad offrire la corona del regno di Sicilia al francese Carlo D’Angiò, che scese in Italia nel 1266 e sconfisse a Benevento, Manfredi figlio naturale di Federico II di Svevia, che si era impadronito del Regno.
La maggior parte dei feudatari d’origine normanna si erano schierati con gli angioini, in quanto pretendevano l’infeudamento di vaste aree appartenenti alla Curia Regia e così fu più facile per Carlo D’Angiò mantenere il suo potere circondandosi di uomini a lui fedeli, che egli comunque gratificava.
Nell’anno 1268 Bruzzano con i suoi casali fu concessa al cavaliere francese Egidio Appard, mentre Policore (che comprendeva l’attuale territorio di Samo e di Sant’Agata), fu concessa a Filippo Balderi o Baldello, mentre Bianco (che comprendeva gli attuali territori di Caraffa e Casignana) fu concessa ai Ruffo, signori di Bovalino; pertanto a tre feudatari era stato concesso quasi tutto, tranne Africo, il territorio dei palmenti.
Nel 1274 Appard rinunciò a Bruzzano che fu assegnato a Giovanni De Brayda di Alba, che si rifiutò di pagare alla regia curia, 444 once dovute, per cui nel 1274 il giustiziere di Calabria Folco de Roquefeille sequestrò al signore di Bruzzano, fra le altre cose, 40 salme di vino bianco, corrispondenti a circa 10.000 litri[10].
Non era una grande quantità, però ciò ci dà l’indicazione che la viticoltura non era stata abbandonata del tutto nell’area in questione, durante il periodo normanno-svevo che era appena finito e durante quello angioino, da poco iniziato.
 
10 - Dagli Aragonesi ai Borbone
 
La dominazione aragonese cercò di operare in modo incisivo e ci furono dei timidi miglioramenti sul piano culturale, amministrativo ed economico.
Addirittura furono introdotte in Calabria nuove coltivazioni, come la canna da zucchero, specie sulla costa tirrenica, con impianti per la sua lavorazione, mentre le coltivazioni tradizionali, quali il grano e i cereali in genere predominavano, accanto alle piante tessili, ma scarsa era la coltivazione della vite.
Nel periodo della dominazione spagnola,a partire dai primissimi anni del 500, iniziarono le incursioni incessanti del pirati turchi e barbareschi, che riproposero gli stessi problemi che erano stati provocati dalle incursioni arabe nei secoli precedenti, ossia l’abbandono dei terreni per una profondità dalla costa, di circa 10 Km.
Agli inizi del 700 poi, negli ultimi anni della presenza spagnola in Italia meridionale, attraverso l’apprezzo, ossia la stima delle rendite, della baronia di Bianco, che comprendeva anche Caraffa e Casignana, emerge un quadro inedito.
Essa risulta, sotto i Carafa, principi di Roccella, marchesi di Castelvetere e duchi di Bruzzano, ben amministrata ed in ogni sua parte razionalmente sfruttata; persino si ricavavano introiti dall’amministrazione della giustizia.
Nella terre di contrada Sant’Anna, c’era stato un rinnovo del vigneto e, tagliate le vecchie vigne, era stata piantata una nuova di 56 tomolate, aggiunta ad una vecchia di 8[11], mentre dalle vigne rimaste della Corte, perché le altre erano state distrutte, si ricavava due salme di mosto, che rappresentavano un quinto prodotto da affittuari o da contadini.
Era poco o niente quanto si produceva sulle colline che erano state coltivate dai greci, dai romani e poi dai bizantini, ma lasciava ben sperare.
La situazione invece peggiorò anche durante la breve dominazione austriaca e poi borbonica, fino all’ultimo scorcio del secolo XVIII, secondo quanto ci racconta il viaggiatore inglese Henry Swinburne, il quale da Gerace a Bova non trovò altro che desolazione e i terreni ovunque abbandonati[12].
Solo verso la metà dell’800, con i Borbone, la situazione era cambiata ed il viaggiatore inglese Edward Lear, da Bruzzano a Sant’Agata, attraversò l’area degli antichi palmenti, incontrando ovunque dei vigneti[13].
 
11 - Dall’unità d’Italia all’attualità
 
Prima dell’unità d’Italia tutto il Regno delle Due Sicilie era in forte crescita, con un’agricoltura basata sulla viticoltura e la cerealicoltura, mentre dava buoni renditi, l’allevamento del baco da seta.
I francesi venivano in Calabria, arrivando fra l’altro con i bastimenti a Palizzi, dove si rifornivano di mosto per tagliare i loro vini, proveniente da tutto il circondario, ma ben presto la guerra delle tariffe commerciali, tra Italia e Francia rovinò i rapporti tra i due paesi e furono danneggiati i meridionali, che non trovarono sbocco per i loro vini.
Ancora una volta i vigneti delle aree degli antichi palmenti, scomparvero e ricomparvero per breve tempo solo durante il periodo del fascismo.
Dal secondo dopoguerra in poi, uno dopo l’altro furono di nuovo abbandonati quasi tutti i vigneti e nei comuni di Bruzzano, Ferruzzano, Samo, Africo, Caraffa, Sant’Agata, Casignana e Bianco, famoso per un D.O.C., il greco di Bianco, i terreni vitati non superano i 150 ettari, a fronte di 750 palmenti, scavati anticamente nella roccia.
Da tutto questo sfacelo emerge solo la prova che le vasche vinarie presenti tra il Bruzzano ed il Bonamico, furono scavati a partire dall’arrivo dei greci nel VII sec. a. C., in quanto in epoche recenti non ci fu mai una produzione che potesse giustificare la loro presenza.
Orlando Sculli
 
[1] Strabone,Geographia L’Italia, VI-2-4, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, I ed, 1988.
[2] Polibio, Storie, Libri X-XXI, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1988,  pp.XII-6.
[3] Christian Vandermersch, Vins et amphores de Grande Grèce et de Sicile IV-III s. avant J.C., E’tudes ICentre Jean Bérard, Naples 1994, pp 61-81.
[4] Athenaeus, The Deipnosophists, vol. I, Harvard University Press, London MCMLI-I, 26.
[5] Tucidide, La Guerra del Peloponneso, libro III-103, Arnoldo Mondadori Editore, Cles (Tn ), 1997.
[6] Tucidide, La Guerra del Peloponneso, libro III-115, Arnoldo Mondadori Editore, Cles ( Tn ) 1997
[7] Cassiadoro Senatore, Lettere scelte, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1981, XII-15
[8] Cassiodoro Senatore, Lettere scelte, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1981, XII-12.
[9] Edrisi, L’Italia descritta nel “ Libro di re Ruggero “, a cura di M.Amari e C.Schiapparelli, Roma 1883, pp. 72-73.
[10] P.De Brayda, Giovanni De Brayda di Alba, Signore di Bruzzano Vetere in Calabria, Bene Vagienna 1932, estratto dal “Bollettino storico bibliografico subalpino”, XXXIV 1932 – I pag. 256.
[11] Domenico Romeo, Bianco, Casignana e Caraffa in Calabria Ultra attraverso l’apprezzo del 1707-Arti Grafiche Edizioni-Ardore Marina 2009
[12] Henry Swinburne, Viaggio in Calabria ( 1777-1778 ), Franco Pancallo editore, Locri 2002, pag. 110.
[13] Edward Lear, Diario di un viaggio a piedi, Laruffa, Reggio Calabria 2003 pag. 52.

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